Questa famosissima azienda sta per fallire. Ecco cosa pensano gli esperti di Economia del settore…
La compagnia giapponese Bridgestone è uno dei nomi storici nel mondo degli pneumatici per tanti motivi: intanto, perché per tanto tempo è stato uno dei fornitori ufficiali della Formula Uno per quanto riguarda i cambi gomme – famoso il caso del GP di Stati Uniti nel 2005 dove solo le sei auto gommate Bridgestone corsero per ragioni di sicurezza, un giorno ve ne parleremo – e poi perché è un marchio utilizzato ed apprezzato in tutto il mondo.

L’azienda nipponica è attiva dal 1931 e pure se inizialmente produceva motociclette, si è rapidamente orientata sul campo degli pneumatici quando i dirigenti si sono resi conto che era questa la principale fonte di introiti del marchio. Nel 1972, arriva la svolta con l’acquisizione della concorrente Firestone che rende Bridgestone un nome ancora più importante nel campo.
La compagnia progettava proprio di tornare in F1, entro il 2027, anno in cui scadrà l’accordo che lega la fornitura degli pneumatici alla FIA al marchio Pirelli ma forse, prima di questa data il brand avrà già ridimensionato le sue aspettative, dato che è stato recentemente colpito da un problema. E si, sta costando molti posti di lavoro, purtroppo.
Gomme a terra anche per Bridgestone!
In queste ore, specie dopo l’ultima conferenza del Presidente degli USA Donald Trump, c’è un grande sconquasso sul mercato delle auto globale, sopratutto per effetto dei dazi che renderanno vendere auto non americane nel paese un vero incubo: anche Bridgestone ha risentito di quanto gli economisti hanno registrato in borsa, scendendo del 3,88% nella giornata di oggi, 4 aprile 2025.

Questa flessione sul mercato non è passata inosservata ai dirigenti della compagnia che starebbero già correndo ai ripari: in Spagna, paese dove migliaia di persone lavorano per l’impianto produttivo dell’azienda, si stima che la produzione di pneumatici per auto quest’anno verrà ridotta del 50%, un motivo per iniziare già da ora con i primi tagli.
Ecco quindi che 546 dipendenti negli impianti di Basauri e Puente San Miguel si sono trovati compresi nel piano di riduzione spese dell’azienda mentre per altri si profila il rischio di de-localizzazione, un po’ come è accaduto già con alcuni dipendenti di Stellantis in Maserati a cui sarebbe arrivata la proposta di spostarsi per alcuni mesi in Serbia. Una situazione, quindi, comune a molti colossi del mercato ma non per questo meno amara.