Nasser Al Attiyah, straordinario protagonista della Dakar anche per quest'anno (Getty Images) Qatar's rally driver Nasser al-Attiyah poses next to his Volkswagen Polo GTI R5 during an interview with AFP ahead of the Cyprus Rally, near Kapedes village in the Nicosia District of Cyprus on October 14, 2020. (Photo by Christina ASSI / AFP) (Photo by CHRISTINA ASSI/AFP via Getty Images)
La vita è stata particolarmente fortunata con Nasser Al Attiyah: nobile, ricchissimo, ma anche dotato di tanto talento. Un purosangue vincente
Lo scorso anno sei vittorie di tappa, più di chiunque altro. Ma un secondo posto. Quest’anno due vittorie: e un dominio assoluto nel corso della Dakar 2022.
Eppure Nasser Al Attiyah – quattro vittorie assolute nel rally raid più famoso, tante quanto Ari Vatanen, secondo solo a Peterhanse – sta riscrivendo gli standard di una Dakar che ha già dimostrato di sapere vincere. Ma che solo quest’anno ha davvero dominato dall’inizio alla fine. Il tutto in una storia personale che è narrativa, e che merita di essere raccontata. É nato nobile, ricco. Protagonista di un’esistenza di primordine tra lusso, scuole esclusive e grandi ambizioni.
Ma c’è anche chi queste qualità le ha sprecate tutte. Perché ci vuole grande talento per mettere a frutto le opportunità che si hanno; a volte è quasi più difficile avere successo quando si è un predestinato che sperperare le proprie attitudini.
Anche per questo Al Attiyah è stato definito il fuoriclasse purosangue: 51 anni appena compiuti, il principe del Qatar è erede di una fortuna praticamente inestimabile. E anche per questo ha sempre sentito sulla propria pelle la necessità di non tradire le aspettative della sua famiglia. Un’educazione di primordine: tra scuole svizzere, college americani e inglesi. Ma alla fine il principe Nasser tornava sempre a casa. Alle attività della famiglia (costruzioni, attività finanziarie e molto petrolio) e alle sue passioni: cavalli, sport – in particolare il tiro a segno – e le auto da corsa.
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Al Attiyah è uno splendido automobilista, un discreto motociclista. Un grande esperto di cavalli con i quali corre, salta e che – come dice lui – “sono la perfetta estensione di un essere umano”. Li alleva, li educa e si rifiuta categoricamente di venderli. I suoi allevamenti sono ormai una decina. Li ha creati lui su un modello di business che ha ideato personalmente e che ha l’unico scopo di garantire il successo e il benessere di ogni purosangue: che galoppi o che salti.
Al Attiyah ama le barche, è un ottimo pilota di moto d’acqua: fa surf, kite, scia. Ha il fisico di un maratoneta e il sistema nervoso di un asceta. Probabilmente non ci sono sport che non sappia affrontare in modo agonistico: da vincente. Quando iniziò a tirare con pistole e fucili, una passione che gli era stata trasmessa dal padre e da uno zio, si era posto un obiettivo ambizioso: andare almeno una volta alle Olimpiadi. Ne ha fatte sei, ottenendo una storica medaglia di bronzo per il suo paese nel 2012, fossa olimpica, specialità skeet (125 bersagli). A Tokyo non c’era: ha preferito concentrarsi solo sulle auto e sulla Dakar, perché dopo due secondi posti consecutivi voleva vincere
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Le auto da corsa, in particolare i fuoristrada, sono la sua vera grande passione: tredici titoli mediorientali, la quarta Dakar vinta poche ore fa, oltre a un gran numero di vittorie tra WRC, ERC, PWRC e molto altro in corse assortite in tutto il mondo.
Al Attiyah ha vinto ovunque e comunque. Ma la sua più grande vittoria è stata quella di non dovere pagare le sue vittorie perché molto presto gli sponsor hanno fatto la coda per finanziarlo e brillare del suo successo. Un uomo elegante, carismatico, brillante e di grande cultura. Che dopo la sua quarta Dakar, fissa i prossimi obiettivi: “Non sono troppo vecchio per una settima Olimpiade, e poi adoro Parigi”.
Parigi, prossima sede dei giochi, lo attende. Tra una Dakar e l’altra.
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