La Bugatti Veyron lanciata a tutta velocità sul circuito di Molsheim (Foto Bugatti)
Il cielo minacciava pioggia e c’era un certo nervosismo perché in Bugatti avevano lavorato quasi tre mesi su questa sfida: portare per la prima volta una macchina oltre i 406 km/h. E tutto doveva essere perfetto: la macchina, una Veyron 16.4, i meccanici, il gruppo dello sviluppo aerodinamico della macchina e anche le condizioni della pista a cominciare da temperatura e umidità.
“Ma tutto andò come doveva andare” – ricorda oggi Ferdinand Karl Piëch, ingegnere a capo del progetto che Bugatti aveva strappato alla Porsche non solo per vincere sui circuiti ma anche per dimostrare una superiorità assoluta in fatto di velocità, resistenza e accelerazione. La Bugatti Veryon aveva tutto per vincere la sfida: un W16 da 8.000 cc di oltre mille cavalli, un record di accelerazione strepitoso – da 0 a 100 km/h in 2,5 secondi. Nel 2005 nessun’altra macchina di serie poteva andare più velocemente di così. Mancava solo l’apice, la velocità di punta.
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Bugatti sceglie ovviamente il circuito di casa, quello di Mosheim e fissa le prove tra il 27 e il 30 aprile del 2005. Nei giorni precedenti al test sulla Veyron vengono effettuati pochi aggiustamenti aerodinamici. L’assetto viene ancora abbassato per raggiungere con minore sforzo la “velocità di decollo”, fissata a 380 km/h. Da lì la differenza l’avrebbero fatta il collaudatore prescelto, Uwe Novacki, e le condizioni generali della pista e delle traiettorie.
“Ero considerato un pilota esperto, per qualcuno forse addirittura vecchio considerando che avevo 56 anni ma quella macchina la conoscevo come la mia anima – dice oggi Nowacki ricordando l’impresa – ho guidato la Veryon per strada, in pista, anche nella vita di tutti i giorni: il massimo veniva fuori a Molsheim dove l’auto sentiva quasi di essere al centro dell’attenzione e tirava fuori cavalli da ogni poro. Il club dei 400, quelli che avevano superato questa velocità su un’auto, erano proprio pochi. Farne parte sarebbe stato già un onore: ma io volevo entrare nella storia insieme alla macchina”.
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Dal 19 aprile Novacki mette alla frusta la Bugatti Veyron, ne aveva in dotazione alcune e scelse le due con le quali avrebbe puntato al record. Il primo giorno si ferma a 380 e non spinge lo Speed Key, il pulsante per raggiungere la massima accelerazione. Il secondo e il terzo giorno è tentato di farlo, ci va molto vicino ma preferisce non rischiare perché la forza centrifuga sulle paraboliche aveva sollecitato troppo le sospensioni posteriori.
Il 27 aprile le condizioni sono fantastiche e Novacki dice solo “È ora”: sale in macchina e inanella due giri. Sul primo l’auto ha un piccolo problema e accenna una minima sbandata; poi comincia ad accelerare. A metà del terzo giro la Veryon è lanciata e con estrema naturalezza raggiunge i 411 km/h. Al paddock esplode una gioia incontenibile perché alcuni indicatori telemetrici segnano addirittura 427 km/h alla fine del rettilineo. Ma si tratta di un errore. Ferdinand Karl Piëch dà ordine a Novacki di non scendere dalla macchina fino a quando non è sicuro “di avere battuto quel maledetto record”.
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La Veryon supera a ripetizione i 411, per sei giri di fila marca 408 km/h. Alla fine, il valore inserito nei documenti di omologazione è di 407 km/h e tutti ancora oggi in Bugatti sono convinti che l’approssimazione per difetto sia stata eccessiva.
Oggi Novacki ha 71 anni: “Se penso a tutto quello che poteva andare storto, a quanto stavo rischiando e a che razza di impresa folle avessi accettato di compiere ho ancora adesso un eccesso di adrenalina. Ma quei giorni di aprile, quindici anni fa, abbiamo davvero fatto la storia. I record sono nati per essere battuti e ci saranno sempre auto più veloci… ma quella, quella signori non era un’auto. Era una benedizione divina”.
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